SCENOGRAFIE - JAZZ CONVENTION

Di Fabio Ciminiera

Scenografie, il nuovo lavoro di Jesper Bodilsen, rappresenta il seguito ideale di Short stories for dreamers pubblicato nel 2010. Il disegno del contrabbassista danese si amplia fino a contenere due formazioni e declina i dodici brani presenti nel disco con un riflesso più narrativo rispetto a quanto fatto nel precedente dove la musica aveva una dimensione maggiormente lirica ed evocativa. Il passaggio avviene però in maniera coerente e consequenziale: la melodia resta il punto focale intorno al quale Bodilsen sviluppa il suo pensiero musicale e costruisce i due gruppi.
Il quartetto "scandinavo" discende in maniera diretta dalla formazione presente in Short stories for dreamers: Bodilsen si avvale anche in questo caso di Ulf Wakenius alla chitarra e Peter Asplund alla tromba e al flicorno mentre sostituisce il vibrafono di Severi Pyysalo con il bandoneon di Paolo Russo. Il cambio comporta un passaggio dai suoni sospesi e puntuali del primo al respiro del mantice e ai suoni più lunghi del secondo. E questo aspetto insieme alla line up della formazione "italiana" del disco porta alla dimensione più narrativa di cui si parlava in apertura. Pianoforte e clarinetto nelle mani, rispettivamente, di Stefano Bollani e Nico Gori danno alle sei tracce in cui sono coinvolti il sapore del racconto. Se la voce di Joe Barbieri, con il suo approccio poco lineare e i testi evocativi, mantiene lo sguardo sugli aspetti lirici, aggiunge, in ogni caso, un ulteriore accento discorsivo ai due brani - Normalmente e Regni e corone - che lo vedono nel disco.
La scelta di suddividere il lavoro in due dischi e di convogliare in entrambi brani eseguiti con le due formazioni porta allo stesso tempo respiro e coerenza al disegno di Bodilsen. Le due formazioni vengono così ad esprimere secondo accenti diversi lo stesso ideale: la preminenza della melodia e lo sviluppo secondo linee semplici quanto rigorose, limpide e attente. L'assenza della batteria permette di realizzare uno spazio di azione più ampio per i suoni dei vari strumenti, l'intenzione in entrambi i casi di uno sviluppo collettivo diventa la maniera per utilizzare quello spazio e rendere un mezzo prezioso e necessario l'ascolto reciproco. Se il pianoforte orchestrale di Bollani diventa la sponda su cui appoggiare le linee del clarinetto e, quando presente, della voce e su cui intrecciare il supporto del contrabbasso, la formazione "scandinava" si muove in maniera più orizzontale con le linee dei quattro strumenti a creare l'intelaiatura armonica e ritmica per le melodie dei brani.
La varietà delle ispirazioni - dal Brasile di Retrato em blanco e preto alle atmosfere blues di Please walk me back, dalle diverse accezioni cantautorali, oltre ai brani cantati da Barbieri anche La tieta, alla riflessività nordica di Min Sommerfugl per arrivare alle frizzanti dinamiche di Napoli - viene utilizzata come veicolo per le intenzioni del leader. E allo stesso modo la distribuzione paritaria di musicisti scandinavi e italiani diventa una chiave per creare un ponte tra Mediterraneo e paesi nordici, per speziare in modo reciproco le differenti attitudini dei musicisti. Tanto che, alla fine, l'episodio forse più immediatamente riconducibile ad un'estetica jazzistica - vale a dire Another heart, suonata con Gori e Bollani - si colora di tutte le varie suggestioni portate dal contrabbassista nel lavoro e le lascia intravvedere ad ogni passaggio.
Bodilsen riesce, attraverso la costruzione di formazioni quanto meno inconsuete, a mettere in risalto le voci dei vari interpreti e tenere alto il loro livello di attenzione: nessuno può adagiarsi su un ruolo precostituito a tutto vantaggio della gestione delle melodie. La personalità di ciascuno si pone al servizio del risultato complessivo e l'incontro dei timbri e delle sonorità permette un incastro dalle sfaccettature particolari.