"IL MIO JAZZ È COME UN FILM"

L'Unità  di Jacopo Cosi

Intervista al danese Jesper Bodilsen, noto in Italia perché è nel trio di Bollani. Esce il suo album "Scenografia" per una nuova etichetta, "Silenzio!".

La melodia, musicisti straordinari, due atti. Esce “Scenografie” disco jazz a firma Jesper Bodilsen per la nuova etichetta “Silenzio!” della Carosello. Il contrabbassista danese, noto in Italia perché fa parte del trio di Stefano Bollani, ha disegnato le quinte di un film, di una storia da raccontare in teatro. Questa l’idea realizzata in dodici tracce da ascoltare e riascoltare, proprio come nella tradizione dei migliori dischi. Atmosfere evocative e sognanti divise per due session di musicisti tra l’Italia e Copenaghen. Una perla di grazia e forza, canto e straordinario interplay. Ne chiediamo di più direttamente al contrabbassista danese Jesper Bodilsen (Hasle, 5 gennaio 1970). 

Partiamo dal titolo del disco: “Scenografie”. Come nasce questa scelta?
“Quando ascolto la musica, creo sempre immagini nella mia mente, come se fosse un film. La musica mi mette in uno speciale stato d’animo. Così quando scrivo cerco di creare piccoli scenari o stati d’animo che funzionino come quinte, per l’immaginazione di chi ascolta. Ogni brano è una scenografia unica dove creare il proprio film o rappresentazione teatrale”. 

Quanto conta la melodia?
“Per me la melodia è molto importante. Ma la melodia non può stare da sola, è la combinazione del ritmo e della melodia che rende l'interpretazione di ogni brano unica ed interessante”. 

Perché il disco è diviso in due atti?
“L'album è concepito come una pièce teatrale, ogni brano è uno scenario nella storia della pièce, e dopo sei brani c’era bisogno di una pausa (come l'intervallo alla fine del primo atto). La pausa ti dà il tempo di riflettere ed anche il tempo per guardare avanti, al resto della storia. Ho concepito l'album come un tutto, ma diviso in due parti o atti”.

Come ha scelto le due session di musicisti?
“Quando compongo musica non arrangio tutto completamente. Cerco di scrivere i brani nel modo più semplici e aperto possibile, così facendo invito i miei compagni musicisti a partecipare alla storia con la loro visione personale. Sapevo quali musicisti volevo in questo album e quali sarebbero state le combinazioni. Ed è questo il mio modo di arrangiare la musica e di creare le scenografie. Ho registrato in due differenti sessioni per ragioni pratiche, ma tutto ciò ha avuto una buona influenza sul risultato finale”.

Ci può parlare un po’ delle formazioni usate per il disco?
“Nel 2009 realizzai il mio album ‘Short Stories for Dreamers’ con Ulf Wakenius (chitarra) e Peter Asplund (tromba). Mentre preparavo ‘Scenografie’, sapevo che li volevo nuovamente. Condividiamo lo stesso amore per la melodia e loro sanno veramente come avvicinarsi alla mia musica. Sono entrambi virtuosi fantastici ma non sentono la voglia di mettersi in mostra, la musica li guida. Con loro due e Paolo Russo al bandoneon, la combinazione era perfetta. Paolo è un bravo e intenso musicista che ha la grande abilità di creare sensazioni con il suo strumento. Nell'idea di creare un disco diverso volevo fare una sessione extra e non avevo dubbi a chi chiederla. Suonando da dieci anni con Stefano Bollani il nostro interplay è quasi telepatico, e Nico Gori è per conto mio il miglior clarinettista che c'è in giro. Noi tre abbiamo avuto differenti occasioni di suonare insieme, quindi sapevo che avrebbe funzionato bene”. 

Quanto della sua conoscenza e permanenza in Italia, soprattutto a Napoli a cui dedica un brano, ha contato nella scrittura?
“Il brano ‘Napoli’ è stato composto dopo che ero stato in questa fantastica città. Ho cercato di descriverne il traffico, il caos, e ho voluto inserire un tocco spagnolo alla canzone. Amo Napoli, ed essendo danese devo dire che è molto esotica comparata a Copenaghen”. 

Perché ha scelto di dedicare una traccia a una celebre canzone interpretata da Mina?
“Non sapevo che ‘La Tieta’ fosse una canzone di Mina. Conosco questa canzone attraverso Stefano Bollani e l'abbiamo suonata diverse volte nel trio con Morten Lund. L'ho scelta perché amo la melodia, semplicemente così”. 

Perché due brani di Joe Barbieri nel suo disco?
“Nel dicembre 2011 ho suonato a Firenze in un concerto di beneficenza e lì ho incontrato Barbieri per la prima volta. Suonò ‘Normalmente’, da solo con la chitarra. Mi sono innamorato della sua voce all'istante. Normalmente è una canzone meravigliosa, così l'ho voluta registrare. Poi gli ho chiesto di cantare una mia melodia con parole sue. ‘Regni e Corone’ è basata sul brano ‘Min sommerfugl’ (‘La mia farfalla’) che è l'ultimo brano dell'album, e alla fine è diventata il tema dei due atti.” 

Quali sono i suoi punti di riferimento nella storia del jazz al contrabbasso?
“Per me uno dei più importanti è Niels Henning Ørsted Pedersen: poteva fraseggiare una melodia come nessun altro bassista. Anche musicisti come Ray Brown, Scott LaFaro, Anders Jormin e Charlie Haden sono vicino al mio cuore”.